23Jan
Giovani alla fine del lavoro
(*Karl Marx “Annali franco-tedeschi”, 1844)Venerdì 30 giugno 2017. Dalle ore 17.30
Regione Lombardia – piazza Città di Lombardia 1 – Milano
Auditorium Testori
(*La partecipazione all’evento è gratuita ma per motivi di sicurezza è necessario registrarsi inviando un’email a segreteria@iassp.org, indicando il nominativo del/dei partecipante/i)
L’intelligencija, ormai portavoce del mainstream imperante, detesta i fatti, ma i fatti insistenti come la verità si vendicano sempre se restano inascoltati.
Il mainstream pensiero è il plagio organizzato ai danni del demos, è un nuovo tradimento dei chierici.
Chi non vede la verità del depauperamento sociale è perché non lo subisce, né patisce quei processi di esclusione o di precarizzazione del lavoro che hanno travolto i ceti perdenti.
Così come le due generazioni di giovani, finora assistite da un welfare familiare, giunto ormai allo stremo, svilite da un’ansia da inutilità e da un’insignificanza esistenziale.
Ma è venuta l’ora di “esercitarsi in vista della catastrofe”, di ristabilire un atteggiamento polemico e di guardare in faccia ciò che è intollerabile per creare un nuovo ethos anche attraverso la rivendicazione di una nuova dignità del lavoro.
In fondo c’è tutto da fare per chi sa di non essere niente ma sa che dovrebbe essere tutto*.
* Dal giovane Marx: “Io non sono niente e dovrei essere tutto”. Annali franco-tedeschi. 1844
PROVE PER UN “MOVIMENTO DI AFFERMAZIONE DELLE GIOVANI GENERAZIONI”
Gli analisti registrano ogni movimento della lenta discesa agli inferi di milioni di giovani, della loro progressiva marginalizzazione. Sembra ormai che si sappia tutto di quanto accade alle nostre due giovani generazioni perdute, lo sanno soprattutto loro sulla propria pelle. Eppure, questo sapere non serve a nulla.
Inoltre gli stessi protagonisti in larga parte non se ne avvedono, distratti e ammaliati dall’effervescenza innovativa dei nuovi “beni comuni” della téchne. Risulta inutilizzabile anche il paragone con le esperienze passate, già consumate, in quanto ogni passato è travolto dalla mistica del presente.
Nemmeno si saprà mai che ciò che ha rappresentato il lavoro -la metafora hegeliana del vincolo tra servo e signore-, la gloria della Ricostruzione post-bellica, l’epica dell’intraprendere, sono stati i più grandi processi di liberazione e autoaffermazione del sé.
Quei giovani che invece si avvedono dei processi regressivi in atto, si orientano verso percorsi divergenti: c’è chi si arrende alla fatalizzazione del mondo reputandosi inadeguato (i neet), dunque rinunciando agli oneri e agli onori del rispetto di sé (il Thumos); c’è chi punta tutto sulla sua presunta soggettività individuale; e chi emigra, accettando quindi la condizione di una cittadinanza per lo più minore.
Assistiamo dunque ad uno scenario depressivo, attraversato dal vasto incantesimo dell’adattamento. Tuttavia resiste una diffusa insofferenza che, per quanto addomesticata, pare come in attesa di riscatto.
L’attesa però non sempre appaga – come nella poesia Aspettando i barbari di Kavafis-, poiché quando lo slancio interiore, la visione dell’avvenire e il piacere estetico dell’atto morale vengono annichiliti, la speranza si volge altrove; ma non è detto che arrivi qualcuno da quell’altrove, né che questo qualcuno intenda redimerci.
È necessario quindi prepararci ad intercettare le grandi occasioni che gli eventi stanno preparando, sapendo sì attendere, ma innanzitutto orientare il nostro sguardo verso l’altrimenti, il suo possibile, in quanto nulla è stato già scritto.
Insomma, sarà quanto mai doveroso ordinare uno spazio mentale per questo incontro con l’avvenire, senza che sia il ciclo generazionale a lavorare per noi – come nella passività del Gattopardo: «Finché c’è morte c’è speranza». Se così fosse tutto accadrebbe troppo tardi.
Il futuro non ha alcuna promessa da mantenere, piuttosto può dimenticarci in una vita distratta nella banalità, in nonnulla.
Fare in tempo significa drammatizzare il tempo, entrare nella mente del ventenne Evariste Galois che, consapevole di non poter sopravvivere al duello che l’attendeva, scrisse il suo testamento scientifico, fondamentale contributo della matematica moderna, nella notte prima di soccombere. Vergare la pagina dei nostri giorni con le sue ultime parole: «non ho tempo».
Ma le due generazioni perdenti o perdute polarizzano contraddizioni radicali, soprattutto quella economica e quella metafisica; quest’ultima si oggettiva tra il dispiegamento delle tecniche, gli automatismi degli apparati e il bisogno di autoaffermazione dell’io. È la contraddizione che impone lo sconfinamento della minorità in età che dovrebbero essere decisive, nelle quali dovrebbe cioè avverarsi la promessa di due meravigliose parole vincolate in un’endiadi salvifica: liberazione ed emancipazione.
Liberazione dalla forzata condizione pupale, protetta e soggetta ad un’assistenza pelosa; liberazione dall’ansia da inutilità e dai sistemi di protezione e assistenza che tolgono dignità/libertà e accrescono dipendenza/schiavitù. Alla fine, che io sarà quello così svilito dal lungo sonno? E d’altro canto, che futuro avrà un paese che spreca la più potente energia psicofisica che dispone?
Emancipazione è l’altra parola che promuove il processo di identificazione e di autoaffermazione. Se questo processo comporta degli oneri sa però anche esaltare l’io in un’epica del sé che la letteratura, prima che la politica, ha sempre saputo raccontare e rappresentare come esperienza possibile, quindi vivibile.
Carl Schmitt parlava di destino quando nominava la politica, ossia ciò che supera le singole determinazioni. E oggi la politica è la più dura determinazione perché vincolata all’economia: «Ora come prima, il destino continua a essere rappresentato dalla politica, ma nel frattempo è solo accaduto che l’economia è diventata qualcosa di “politico” e perciò anche essa <destino>. Fu pertanto anche errato credere che una posizione politica conquistata con l’aiuto di una superiorità economica fosse […] <essenzialmente non bellicosa>».
La politica è sempre più governance, ossia gestione sempre meno dialettica e sempre più tecnocratica, governo e amministrazione della regressione – vale a dire della modalità con cui la progressiva riduzione del benessere e del welfare state, in parallelo con il deterioramento del tessuto produttivo nazionale, viene resa più accettabile possibile per le classi deboli-stanziali.
Ciò costringe la società in una nuova gabbia d’acciaio, fatta di automatismi inappellabili e forze sovranazionali,vale a dire a-democratiche.
Questa contraddizione economica è però scaricata principalmente sulle nuove generazioni, paradossalmente più mansuete e quindi più dominabili rispetto a quelle del nostro passato, e si esprime in un perenne standby, in un’apnea simmetrica alla infima valutazione economica delle loro prestazioni lavorative, eternamente sotto ricatto dell’eccesso di offerta, soggetta ormai ad un dumping sociale mondializzato.
Tuttavia le contraddizioni rappresentano l’inarrestabile movimento del mondo. Nella meccanica, la forza equivale alla massa moltiplicata per l’accelerazione. La forza di queste generazioni verrà incrementata dalle stesse contraddizioni, ma da questo se ne potrà trarre un utile solo se sapremo trasformarle in forma razionale, in potenza desiderante e progettuale.
Le contraddizioni si ostinano a esserci, nonostante lo stato di fatto persista nel suo replicarsi e tenti di depotenziarle, insistendo nell’attualità anche attraverso allarmanti anteprime, vedasi i recenti fatti di ordinario saccheggio nel sistema bancario italiano. Fatti che sembrano, difficilmente circoscrivibili alle sole quattro banche in default (la banca Etruria è solo la più citata) che non hanno soltanto depredato i risparmiatori che ne avevano sottoscritto le obbligazioni subordinate – attempati e inavveduti rentier-, ma hanno anche polverizzato il loro welfare familiare.
Verosimilmente i loro figli e nipoti rimarranno senza ombrello economico; senza più l’agio di contributi interni, incontreranno la ferinità del mondo della necessità.
Persino il merito non serve, secondarizzato com’è dal criterio nepotistico e dalla pratica dell’accesso al lavoro professionale su presentazione. Attraverso il circuito chiuso del “lasciapassare” e della relazione castuale ritorna la scarsità e l’ineguaglianza endemica.
Il diritto del merito è il diritto di chi liberamente vuole eccellere, migliorarsi, e perciò pretende di essere valutato e avere un riscontro adeguato. Il rapporto di giustizia non riguarda però solo il soggetto, ma insiste su tutta la società.
Va da sé che se le classi dirigenti fossero costituite in base a criteri di merito, l’intero paese migliorerebbe perché dietro il merito c’è la responsabilità, l’impegno appassionato, l’autoaffermazione e qualcosa di più decisivo: la scelta morale.
Viceversa, ci incantano nel sonno mediterraneo la pervicace gerontocrazia, la questua della protezione e l’alibi di una noiosissima retorica del divisismo politico.
Le contraddizioni non servono a nulla se non c’è una cultura, un’attesa di giustizia, un fine etico, una élite morale che ricompongano una razionalità critica e una volontà di trasformare le cose.
Ho spesso insistito sull’opportunità di una razionalizzazione di questo tema, delle necessità e urgenza di definire un modello simulativo antitetico allo stato di fatto, un progetto di movimento dialettico critico degli stessi protagonisti.
Un esperimento in vitro, di “rivoluzione” dei nuovi perdenti.
Alcuni docenti e tutor dell’Istituto si sono resi disponibili insieme a me e soprattutto ad alcuni dottorandi IASSP. Annamaria Bottini e Giovanni Sacchitelli hanno già avviato il progetto integrandolo al loro piano didattico.
Tutti i contributi intellettuali saranno utili al nuovo laboratorio simulativo.
Ivan Rizzi
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