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In questo momento storico di grande impasse economica e culturale, è doveroso ricordare i grandi imprenditori e dar voce ai maestri della maestrìa che oggi, in un periodo di grande stagnazione, continuano temerari a dare dignità al nostro paese. 

Decisive sul piano della riproduzione della società sono le figure dei grandi costruttori, coloro che hanno promosso in primis la dignità del lavoro.

Li guardiamo con rispetto perché seppero resistere al fatalismo dell’impotenza di fronte alle macerie materiali e morali dell’ultimo conflitto.

Per avere successo bisogna ricordare il successo e saper trasformare le sconfitte in monitum, ricordare le fatiche, la dedizione e la responsabilità con cui i lavoratori italiani ricostruirono il nostro paese, perché nulla è più degno nella nostra storia della Ricostruzione.

Quando però il centro di una società è vuoto – privo di progetti e di idee ideali su ciò che potrà e dovrà essere – rimane solo il suo meccanismo formale–funzionale, solo un ebete replicarsi che diviene sempre più indifendibile.

È ancora l’acquiescenza italica, ispirata dall’indifferenza e dal senso di insignificanza, che dobbiamo abbandonare e prepararci ad altro, prepararci perché il mondo non resta mai senza contraddizione, senza possibilità come vorrebbe chi afferma la sua definitività.

Si deve però creare una vera interazione tra sapere e fare, tra conoscenza e lavoro, progettare nuovi modelli formativi che affrontino una prospettiva valoriale dove conti il senso e il fine di fronte a un mondo saturo di mezzi.L’Italia non è irrimediabile, almeno nel lungo periodo.

Per questo è indispensabile che la formazione ripristini la categoria dell’eccellenza, la ragione selettiva del vincolo morale. In questo senso il meglio assume un’accezione di equità, di stretto vincolo col merito, cioè con la giustizia.

Quello che vorremmo è la costruzione di un’élite morale, poiché in assoluto la società non può essere che una nozione dell’etica.

La nostra sopravvivenza razionale e spirituale è affidata a quel processo di interazione umana che è l’educazione. È il maestro che, anche in piena incertezza, deve saper reggere il lume, perché vivere senza certezze è il dono del pensiero pensante.

Il maestro diventa guida se rappresenta la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, mostrando nella propria persona il sigillo dell’integrità.

Questa, in sostanza, è propriamente l’“opera” del sé, la scultura morale, ovvero quell’atto responsabile per cui ne va della nostra stessa esistenza.

Ivan Rizzi

In attesa del ciclo di seminari in programma per l’autunno 2016, diamo voce a un grande Maestro e Guida come il filosofo Emanuele Severino in questo bellissimo dialogo corale con il Presidente Ivan Rizzi e il filosofo Diego Fusaro.

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